IL BLOG DELLO SFOGO IRONICO ONIRICO CUTANEO VISCERALE SILENZIOSO URLATO BISBIGLIATO IN PUNTA DI PIEDI PLATEALE SOLITARIO CONDIVISO INTELLETTUALE POPOLARE COMMENTATO DIMENTICATO MA SEMPRE LIBERATORIO!
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Nando Gazzolo
“Un paracadute che non si apre, questo è un bel modo di morire, o restare intrappolato tra gli ingranaggi di una macchina. Un lappone che con un morso ti strappa le palle, è così che me ne voglio andare!” Prendo spunto da una battuta di “Una pallottola spuntata” per toccare un argomento dove in realtà non c’è niente da ridere, ma è il mio modo di affrontare le cose della vita. Lo strazio di una malattia degenerativa mi costringe a riflettere sul valore del tempo. Il tempo che passa, che verrà, che manca e non ci sarà più. Il tempo per vivere e quello per morire. Qui mi fermo. Non riesco a sciogliere un dubbio. Il tempo di morire, quanto? Un attimo, un’ora, un giorno, un anno, o magari molti. Che senso ha? Vivere, soffrire. Nonostante tutto, non riesco a giudicare. Mi dico che così non ha senso... Ma qual è poi, il senso della vita? Quello vero intendo, non il programma di Paolo Banalis! Il senso… La vita… La mamma…
Gli sembrava così strano essere rimasto solo. Non riusciva a capire… Le poche persone più care, quelle con cui aveva un legame affettivo solido, famigliare, intimo, oserei dire, sono scomparse. Che strano, pensava. Eppure è un atteggiamento che si sarebbe aspettato da altri, ma non da loro. Non può essere, si ripeteva. Ma come è possibile che proprio quelli per cui sentiva di avere un feeling particolare, si sono improvvisamente tirati indietro nel peggiore dei modi? Sono le stesse persone che fino a ieri c'erano. Oggi, non più. Perché? Continuava a ripetersi che tutto questo non poteva essere vero. Ci doveva essere un’altra spiegazione! Era triste. Stanco. Chiunque poteva rendersi conto che nell’enorme peso che si portava sulle spalle non c’era posto per l’indifferenza. Eppure…
Finalmente ho capito dove sbaglio. La fregatura è nascosta nell’aspettativa, esattamente in quello che ragionevolmente ci si aspetterebbe dagli altri. L’inghippo è tutto dentro la parola ragionevolmente. Ragionevole per chi? Secondo cosa? Ho sempre avuto il sospetto che fosse da quelle parti il problema, ma ero in un periodo in cui nella mia ragionevolezza davo per scontate la buona educazione, il rispetto, la partecipazione. Oggi mi sento più consapevole; se diminuisco le aspettative diminuirò anche le delusioni. È matematica. Non posso sbagliare. Anche Epicuro diceva qualcosa di simile riguardo alla ricerca della propria felicità. Basta togliere. Sottrarre. Accontentarsi di poco per poi sorprendersi quando riceveremo di più. Di questo passo mi commuoverò al saluto del postino.
Non mi entusiasma l’idea di poter ascoltare un libro. Voglio leggerlo io con i miei occhi e voglio sfogliare le pagine con le mie mani. Il libro è un (s)oggetto col quale si instaura una relazione, ogni volta diversa, originale, curiosa. L’audiolibro può essere una pregevole iniziativa per chi non può leggere, ma per chi ha occhi buoni non ha senso. Quando leggi, gli occhi sono puntati sul nero dell’inchiostro e le parole giungono al cervello stimolando un impulso, una visione. L’attenzione è concentrata sulla lettura. Ascoltare un libro mentre si guida la macchina, si fa altro, o non si fa niente, non credo possa regalare le stesse fervide emozioni. È un surrogato. Abbiamo già perso l’abitudine di scrivere, non perdiamo anche quella di leggere. Sono convinto che si tratti di un pessimo esercizio. Avrei la sensazione di usare una sedia a rotelle pur essendo in grado di camminare con le mie gambe!
Questo è uno sfogo muto, silenzioso. Uno di quelli senza parole, inutili, impossibili. Uno sfogo sospeso, fatto di sguardi. Fatto di ricordi, di immagini, di odori. Forse anche di rimpianti. Ma sono inutili anche quelli. Interrogativi, forse… ma trovare le risposte, poi… E allora guardo fuori. Alla ricerca di un senso. Mi sforzo di trovarlo nei dettagli, nelle sfumature. Illudersi. Cercare, pensare di trovare e poi sorprendersi soli. Ma lo stupore è una conferma. Che peccato perdersi.