IL BLOG DELLO SFOGO IRONICO ONIRICO CUTANEO VISCERALE SILENZIOSO URLATO BISBIGLIATO IN PUNTA DI PIEDI PLATEALE SOLITARIO CONDIVISO INTELLETTUALE POPOLARE COMMENTATO DIMENTICATO MA SEMPRE LIBERATORIO!
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Un idealista intransigente, puntuale, un osservatore acuto che non disprezza una strizzata d'occhio all'anarchia. Un uomo che studia il punto di rottura.

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Marco Ricci, il sosia italiano di Michael Jackson, ha dichiarato di sentirsi perso dopo la morte del suo idolo. La scomparsa improvvisa del personaggio al quale aveva legato la sua vita professionale, ha gettato l'artista italiano nello sconforto totale. Cosa deve fare un sosia quando gli muore l'originale? Marco Ricci si è dedicato al suo lacon passione maniacale, tanto che è ricorso a diverse operazioni chirurgiche per modificarsi il volto in funzione dei numerosi interventi a cui si è sottoposto Jackson durante la sua vita. Ora che è morto, non sa cosa deve fare... Ma come?! Tu che lo hai sempre seguito in tutto e per tutto, tu che hai sfidato il bisturi in nome dell'arte, tu che hai dimostrato a tutti di non essere solo un volgare imitatore ma un vero genio, tu... che hai donato il tuo io al suo lui, ancora non hai capito cosa devi fare? Dovresti morire anche tu! Questa è l'unica soluzione. Ti fai trovare come lui a casa, circondato dai tuoi medicinali e chi s'è visto s'è visto! Verrà pubblicato il tuo testamento dove si apprenderà che lasci tutto a Pippo, Pluto e Paperino e sarai seppellito a Gardaland, dove ogni anno, milioni di sosia di fan verranno a rendere omaggio alla prima sosia-salma della storia dello spettacolo!
Avevo quattordici anni, arrivai allo Stadio Flaminio alle nove del mattino. Mi piazzai davanti al cancello e lì rimasi fino all’apertura verso le sei del pomeriggio. Le ultime quattro ore eravamo così compressi che se avessi voluto buttare uno spillo in terra non ci sarei riuscito. L’unico vantaggio era che chi sveniva rimaneva in piedi. Alcuni si riprendevano mentre altri venivano sollevati in aria a mo’ di salma e di mano in mano sparivano in un orizzonte di teste. Svenire significava rendere vana tutta la fatica affrontata per essere tra i primi ad entrare. Non so come, ma resistetti. Quando aprirono i cancelli fu una liberazione. Entrammo come i tori a Pamplona, una corsa sfrenata e finalmente ero proprio sotto al palco. Ce l’avevo fatta! Le ultime tre ore di attesa volarono. Si fece buio. Poi uno scoppio, una nuvola di fumo e Michael Jackson apparve davanti ai miei occhi a due metri di distanza. Ebbi subito l’impressione di guardare un alieno. Quando cominciò a ballare la sensazione si tramutò in certezza. Non avevo mai visto nessuno muoversi in quel modo. La sua danza mi ipnotizzò. Mentre attorno a me udivo solo grida impazzite di ragazzine isteriche, io ero a bocca aperta, letteralmente rapito dai suoi passi. Rimasi con questa espressione per almeno un’ora. Lo guardavo come oggi si guarda un documentario sul National Geographic. Era un vero fenomeno, un artista, un genio. Ma era anche un uomo che non aveva mai avuto il tempo di essere bambino. Non è piccola cosa. Il resto è gossip, uno strano veleno che può farti schizzare in alto ma può anche ucciderti senza pietà. Quando muore un pezzo della propria infanzia, inevitabilmente si fanno i conti con i ricordi, le emozioni, si fissa la memoria e si volta pagina. Quando l’infanzia non è mai esistita diventa difficile guardare avanti, forse si fa di tutto per cancellare, anche se stessi, e per voltare pagina si, ma definitivamente.
Molto spesso sento parlare del nostro come uno Stato di diritto, dove nonostante tutto, i diritti fondamentali sono garantiti dal nostro sistema giuridico, uno dei più antichi e invidiati a livello mondiale. Più o meno come il Sistema Sanitario Nazionale, uno dei più avanzati, in termini di diritto e garanzie ma contemporaneamente uno dei più arretrati vista la reale efficienza in termini di servizi al cittadino. Sulla carta siamo tra i paesi più civili e democratici, ma nella vita di tutti i giorni siamo vittime di problematiche degne di un paese del terzo mondo. Forse non c'è nulla di strano, l'ipocrisia che ci caratterizza impone l'apparenza sull'efficienza; le leggi esistono, farle rispettare è un altro paio di maniche. Allora siamo sicuri che vivere in uno Stato di diritti sia più civile che vivere in uno Stato di doveri? Mi chiedo se forse non sarebbe meglio ragionare al contrario e assicurarsi che prima di tutto vengano rispettati i doveri e poi i diritti. Se non si adempie al proprio dovere di cittadino, se in pratica non si rispettano le leggi, saltano anche alcuni diritti. Altrimenti mi sembra evidente che a colui che per primo ha infranto le regole, viene garantito un diritto paritetico a quello della sua vittima, con il risultato che chi uccide, chi stupra, a conti fatti, usufruendo di tutta una serie di garanzie e diritti, non si fa neanche un giorno di galera. I cittadini onesti andrebbero tutelati maggiormente, proprio perché hanno scelto di vivere rispettando le regole, garantendo così un'armonia necessaria per (r)esistere su questo pianeta. Prima il dovere e poi il piacere di vivere!
Come faceva Massimo D’Alema a sapere che ci sarebbe stata una scossa?! Una domanda legittima, soprattutto dopo che a L’Aquila si è registrata una nuova scossa d’assestamento, impossibile da prevedere per chiunque ma non per baffetto, diciamo. A questo punto è chiaro che dietro questo meschino disegno eversivo esiste una regia politica. Ora si può dire. Il terremoto a L’Aquila non c’è mai stato. La finta catastrofe sarebbe stata organizzata a tavolino dai comunisti, con l’appoggio evidente della stampa rossa. Anche la manifestazione di ieri a Montecitorio è stata una pagliacciata interpretata da numerose comparse televisive. Insomma è tutta una montatura della Sinistra che sta cercando di destabilizzare il Paese. Inutile aggiungere che anche tutte queste vicende a sfondo sessuale non trovano riscontro nella realtà. A confermarlo è una delle signorine che ha avuto modo di trascorrere diverse ore in compagnia del Premier e che incalzata da un giornalista ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Abbiamo aspettato a lungo una scossa, un piccolo movimento, ma… niente, non s’è mosso nulla e alla fine sono ritornata a casa. Non c’è stata nessuna scossa!”.
Stavo caricando delle buste piene di vestiti usati in uno di quei cassonetti gialli dedicati alla raccolta di abiti, quando si avvicina un signore minuto, dall'aspetto trasandato ma dignitoso, che in un italiano quasi perfetto mi chiede se ho delle scarpe per lui. Avrei voluto regalargli delle scarpe nuove ma eravamo in una via secondaria dove non c'è neanche un negozio o una bancarella. Cerco nel portabagagli della mia macchina e tra la ruota di scorta e il cric saltano fuori un paio di superga gialle ancora in buono stato. Mentre mi chiede che numero sono, se le prova. La sua bocca si piega in una smorfia all'ingiù, come a meravigliarsi nel trovarle comode, poi quelle stesse labbra spiccano all'insù disegnando un grande sorriso di gioia che esplode in un grazie! Mi chiede se ho anche dei pantaloni, ma gli unici che avevo li indossavo e non mi sembrava il caso di rimanere in mutande. Istintivamente, per cercare di rimediare, dico che ho un giubbotto nuovo mai usato. Quando mi dice che fa troppo caldo per indossare un giubbotto la mia faccia assume i connotati del perfetto idiota. Il tipo mi sorride nuovamente, mi ringrazia e mi chiede scusa per il disturbo, nei suoi occhi leggo una felicità essenziale, quasi sconosciuta! Un briciolo di questa gioia me la sono riportata a casa, e ripensavo a quella volta in cui stavo andando in palestra in moto e mi si aprì lo zaino che avevo sulle spalle senza che me ne accorgessi, perdendo un paio di scarpe nuove, appena comprate. Sicuramente ne avrà beneficiato qualcuno, pensai, ma un conto è immaginare e un conto è vedere un sorriso e due piedi felici che si allontanano soddisfatti!
Una volta in periodo elettorale ci si chiudeva in casa a guardare ore e ore di Tribuna Politica, si sfogliavano contemporaneamente tutti i quotidiani, i settimanali, i mensili e con avida curiosità si cercava un indizio, una traccia, un dettaglio in grado di stimolare una propria e convinta opinione. Un occhio era dedicato alla lettura, rapida e convulsa, l’altro era incollato alla televisione sul primo piano del politico di turno, che vomitava parole su parole senza mai dire niente. Oggi, che siamo costretti a subire questo squallido teatrino quasi tutti i giorni, si aspettano le votazioni come unico momento in cui finalmente tutti, o quasi, tacciono! Si ha voglia di uscire all’aria aperta in cerca di un po’ di sole, piuttosto che chiudersi in casa con Bruno Vespa! Ma anche il meteo sembra schierato contro il cittadino elettore, infatti per uno strano disegno celeste, da un po’ di tempo a questa parte il sole è protagonista solo dei giorni feriali, durante i festivi, puntualmente, si affacciano tuoni e fulmini! Non resta che andare a votare. Alle 14.59 arrivo al seggio. Sono il primo. La scenografia è la stessa dal 1948. Entro in un'affascinante cabina vintage e mentre spiego la mia scheda ripasso mentalmente le ultime prime pagine della stampa italiana e straniera. Gli articoli non sono sulle elezioni in Europa ma sulle erezioni a Villa Certosa. Sono tempi… duri! L’immagine dell’uccello di Topolanek mi fa compagnia mentre scrivo la mia ics! Ripiego. Infilo nello scatolone ed esco. Una simpatica vecchietta ci rimane male quando si accorge di non essere la prima a votare ma la seconda! Decido di infierire. In segno di vittoria alzo le braccia con i pugni chiusi e gridando “Ho vinto io” guadagno l’uscita tra lo stupore generale. Mi sento più leggero, ma è solo un’illusione, dopo pochi passi capisco che quello che sento dentro è un grande vuoto. Votare è come tirare lo sciacquone pur sapendo che non c’è acqua, la merda resterà lì ma tu hai fatto il tuo dovere…
Anno 2113, pianeta Terra. Sono a bordo di un veicolo terrestre a quattro ruote e procedo in direzione del mare. La strada è libera. Improvvisamente, un curioso modello di station wagon parcheggiato con due ruote sui resti di un antico marciapiede, parte con uno scoppio marmittesco, tagliandomi la strada. Il residuato si piazza davanti avanzando molto lentamente. È impossibile superare, la strada non lo permette. Trentacinque chilometri orari. Decelera ulteriormente. Venti chilometri. A duecento metri c’è il semaforo. È verde, ma il tipo procede lentamente. Cento metri al semaforo, ancora verde. Dietro di me un coda lunghissima. Mancano cinquanta metri al semaforo, da dietro si odono i primi colpi di clacson, ma il tipo alla guida rallenta ancora. L’incrocio è ormai raggiunto, il semaforo è ancora verde, ma lui si ferma. I clacson si fanno insistenti. Giallo, poi rosso. Dopo tre minuti, luce verde. Passano i secondi e la station wagon non parte. Qualcuno comincia a perdere la pazienza. Si sente gridare. Finalmente il veicolo riparte. La velocità è leggermente aumentata, quaranta chilometri all’ora, ma solo perché la strada è in discesa. Altro semaforo, rosso. Mi affianco e alla guida vedo un uomo alto all’incirca un metro e quaranta, tutto pancia e barba bianca che guarda fisso davanti a sé con la stessa espressione con cui guarderebbe un thriller nei momenti di massima suspance. Creare traffico è un reato gravissimo e il comportamento del vecchio non è sfuggito agli occhi elettronici che sorvegliano il territorio. Una rapida scansione del viso allerta immediatamente la centrale operativa. In meno di tre secondi arriva una moto volante dell’A.S.P.S. (Agenzia Speciale Pulizia Strade), un nucleo di agenti speciali creato appositamente per rimuovere dalle strade tutto ciò che intralcia la libera circolazione. Alla vista degli agenti l’espressione del vecchio non cambia. Mentre una voce elettronica legge rapidamente tutti gli articoli del codice civile che sono stati violati, gli agenti fanno scendere il vecchio dalla macchina e raccolgono tutte le sue cianfrusaglie. La patente e il libretto di circolazione vengono trasformati in coriandoli buoni per il prossimo carnevale, la voce artificiale sentenzia la condanna: SOGGETTO NON IDONEO ALLA CIRCOLAZIONE STRADALE. Il veicolo viene disintegrato sul posto. Le ceneri rimaste vengono depositate in uno speciale apparecchio che in pochi secondi restituisce un ciondolo come souvenir. Se il nonno di Heidi verrà trovato nuovamente alla guida di un qualsiasi mezzo sarà arrestato e rinchiuso in un carcere di massima sicurezza per dieci anni. Il semaforo diventa verde, si riparte, finalmente il mare.
Il delitto di via Poma è ancora un mistero dopo diciannove anni. È di questi giorni la notizia che forse un morso ci dirà la verità. O forse no. Grazie alle nuove tecnologie è sempre più difficile che qualcuno riesca a sfuggire alle proprie responsabilità. Sono veramente pochi i delitti che rimangono irrisolti. In questo paese la giustizia procede alla velocità di un bradipo zoppo, magari passano vent’anni, ma il colpevole alla fine viene identificato. Quando questo non avviene, molto spesso è per mancata volontà, per interessi, diciamo così, superiori. Penso invece ad altre epoche storiche, quando gli assassini avevano molte più possibilità di farla franca, quando non esistevano le indagini e tanto meno i sofisticati strumenti investigativi, ma esisteva ancora quel sentimento chiamato rimorso. Molti hanno ucciso e non hanno mai pagato, ma altri, costretti dal rimorso per l’orrore compiuto, hanno confessato liberandosi la coscienza da un peso enorme. Il rimorso come un campanello d’allarme della nostra anima. Una sorta di dispositivo morale che segnala quando la misura è colma. Mi sembra che con il migliorare delle tecniche investigative, questo limite si sia alzato sempre di più. La tolleranza alle proprie meschinità è quasi infinita ormai. È la scienza che deve provare il delitto, non la coscienza. Forse un morso ci dirà la verità, ma nessun rimorso, sia chiaro.
Devo dire che non amo particolarmente essere invitato a un matrimonio. Ricevere l’invito fa piacere ma significa dover comprare un vestito nuovo, la camicia, la cravatta, poi che fai, non ti compri pure un bel paio di scarpe? Allora ne approfitti per aggiornare il guardaroba delle grandi occasioni; nulla di male se non fosse che poi quel vestito e quelle scarpe probabilmente non le metterai più. Vuoi perché al matrimonio successivo tra gli invitati ci sono le solite persone, oppure perché all’ultima cerimonia a cui hai partecipato era ancora vivo Sandro Pertini e nel frattempo la moda è cambiata, o magari la stagione non è la stessa e non puoi indossare un fresco lana a luglio, a meno che tu non debba sfogare il morbillo, insomma ogni matrimonio è una fatica a sé! Nonostante questa mia tendenza, confesso di aver partecipato a molti matrimoni, e ricordo che spesso, attanagliato dalla noia e dalla routine, ho sperato in un diversivo, in un colpo di scena che ravvivasse l’atmosfera. La ricerca di un brivido, un’emozione, come quando guardi un gp di Formula 1 o una tappa del Giro d’Italia, e speri in un piccolo incidente, nulla di grave, giusto una scossa per evitare di cadere tra le braccia di Morfeo! Beati gli invitati di quel matrimonio a Trieste, dove la sposa, subito dopo aver detto Si, è scappata in Grecia con l’autista, amico di calcetto del marito, che culo!
Ricordate quel pazzo che in pieno giorno a Palermo aggredì una coppia di anziani a colpi di martello? Le immagini registrate dalle sempre più diffuse quanto utili telecamere a circuito chiuso, mostrano chiaramente quasi tutta la triste sequenza. Lo squilibrato attaccò la coppia alle spalle, nella quasi totale indifferenza generale, ebbe il tempo di colpire più volte senza che nessuno dei molti presenti intervenisse in qualunque modo. Niente. Tutti a guardare a distanza di sicurezza! Finito lo spettacolo, che qualcuno magari ha prontamente ripreso con il telefonino, lo psicolabile si è allontanato velocemente, e due nigeriani senza permesso di soggiorno si sono lanciati all’inseguimento. Dopo pochi minuti hanno acciuffato l’aggressore. Soltanto a questo punto, quando il pazzo era immobilizzato, la gente si è scagliata contro di lui per cercare di linciarlo. Bel coraggio! Esemplare e soprattutto significativo, di una filosofia di vita che fa sempre più proseliti: Vincere facile! Fotti il prossimo tuo e fottitene del prossimo tuo, altro che storie! Giusto dare la cittadinanza onoraria ai coraggiosi e civili nigeriani, ma sarebbe ancora più giusto se quella stessa cittadinanza venisse revocata a tutti gli italiani che erano presenti e che non hanno mosso un dito! Il pazzo è pazzo e la responsabilità ricade su chi lo ha lasciato libero di circolare, ma tra la sua aggressione e il linciaggio che hanno tentato in parecchi una volta disarmato, che differenza c’è?
Credo che tra i dieci suggerimenti che il Signore ideò e scolpì sulla pietra, per la gioia del vecchio Mosé costretto a scendere dal Sinai con due tavolette da centoventi chili, si parlasse di lavorare sei giorni e di riposare il settimo. In quelle sante, santissime parole dove si invita al rispetto reciproco in tutte le sue forme, se non ricordo male, il Signore non scrisse da nessuna parte: “La domenica, alle otto e quarantacinque di mattina, salterai sul tuo letto a colpi di campana!”.
Un vuoto sottile, l’impercettibile consapevolezza che fa da sottofondo. Sentire che qualcosa non va e sapere di sicuro come va. Attendere. Sperare e far finta di star bene. L’ombra che avanza, che non lascia speranza. Esserci, non esserci. Il desiderio di un ultimo sguardo, voltarsi di scatto ed esplodere in un pianto. Ridere della vita e di tutte le sue beffe, irridere la morte e tutti i suoi misteri. Spegnersi lentamente, come le luci di un circo che non ha più spettatori, prima una poi l’altra e così via fino a lasciare accese solo quelle d’emergenza. Lo spettacolo è finito, cala il sipario. Via i nani e i pagliacci, non c’è più niente da ridere. Io resto qui, tra le panche vuote, con gli occhi lucidi a tremare d’amore. Perché il mio respiro sei tu e il mio applauso a luci spente è per te, mamma.
Avevo dimenticato che una grande fetta di questo paese ama lamentarsi, ma senza mai puntare il dito contro la vera causa del proprio malessere, forse perché spesso il dito andrebbe puntato contro se stessi. Non sopporto tanta ottusa ipocrisia, specie se manifestata da chi è dotato di un cervello in grado di funzionare, peraltro con notevole spirito critico. Ma forse dovrei smettere di lamentarmi anch’io e accettare di buon grado che in questo paese, persino chi è stato colpito direttamente da un terremoto, sceglie di scagliarsi contro le vignette di un Vauro qualsiasi, piuttosto che attaccare i veri responsabili di questa tragedia. Ci si indigna di fronte a un disegno ma si rimane in silenzio contro chi ha costruito case con la sabbia. Il male non è la collusione tra mafia e politica, non sono i costruttori, non i politici. Il male è chi con una vignetta ha offeso la dignità delle vittime. Conta più chi offende di chi uccide! Chi se ne frega della verità. Meglio piangere e sentirsi coccolati, meglio ancora se qualcuno ci scrive una bella canzoncina tipo We are the world, queste si che sono soddisfazioni! Queste sono vere manifestazioni di civile solidarietà. C’è chi preferisce frignare e cantare! E allora canta… canta che te passa!
Caro Sergio Castellitto, ti ricordavo come un bravo attore italiano. Un nome da inserire in quella piccola rosa di interpreti di un certo spessore. Non dico che fossi il nostro Al Pacino, ma per l’impegno professionale e umano mi piaceva pensare a te come a un attore sicuramente preparato. Quando ho sentito che avresti presentato il lungo concertone del primo maggio, ho pensato che avresti potuto dare un contributo notevole in termini di qualità. Sentirti gridare sguaiatamente (forse non ti eri accorto che quella strana cosa che avevi in mano era un microfono) e vederti distribuire rose per tutto il concerto mi ha lasciato un po’ perplesso… Ma come? Uno come te, in un’occasione del genere non trova di meglio da fare che distribuire rose? Tutti i cosiddetti momenti vuoti da riempire con la presenza, la personalità, con il proprio bagaglio umano, in tutte queste occasioni hai solo distribuito rose… A un certo punto, più o meno quando sembravi un cespuglio di rose parlanti, mentre ti affannavi su e giù con queste cazzo di rose, neanche stessi distribuendo pane agli affamati, ti è scappata questa frase, “Se sapessi una poesia a memoria ve la direi…”. Sono rimasto basito! Ma come? Un attore come te che non sa una cosetta a memoria, una qualsiasi, uno spunto, possibile che non ti sei preparato niente? Finite le rose, pur di non dire nulla di tuo, hai dato voce alle dediche personali che hai raccolto dalle prime file. E via così, dai saluti a Pasquale e Mariantonietta fino agli auguri a Serenella che è incinta! Il palco ancora non era pronto e ti sei fatto portare altri quintali di rose da seminare tra la folla! Insomma, tutto ciò che era fuori dalla scaletta è stato solo rose e minchiate! L’anno prossimo stattene a casa, chiamiamo Sergio er puzza, sarà meno profumato ma sono sicuro che almeno una barzelletta se la ricorderà!
Se ancora pensassi al diavolo come a un tizio in calzamaglia che zompetta tra le fiamme agitando il suo forcone, sarei da ricovero! Ma quando la maschera del male ha le sembianze di una tranquilla signora dai modi garbati, mi sorprendo ancora. La soglia di una certa età dovrebbe essere garanzia di una qualche saggezza, ma spesso non è così. Se poi dietro un sorriso sdentato si annida la pazzia, di saggio non rimane proprio nulla. La signora in questione ha l’avvocato facile, adora fargli spedire lettere a chicchessia, anche per futili motivi. Probabilmente anche la figlia, il giorno del suo compleanno, riceve una lettera da parte dell’avvocato della mamma dove le si intimano gli auguri! La demenza però, non giustifica la cattiveria. Se sei una vecchia stronza, significa che eri tale anche da giovane, magari un po’ meno, in maniera meno ossessiva, ma sempre stronza devi essere stata! E tra il diavolo e il suo avvocato, che sia il secondo a bruciare all’inferno!